sabato 27 febbraio 2016

DIABOLICH ERA IL VERO DIABOLIK


Vi piacerebbe vedere le copertine di Diabolik disegnate da Alessandro Biffignandi, l'illustratore dei mitici tascabili della Edifumetto? Va be', la Jaguar dipinta di rosso è un piccolo sacrificio sopportabile.


O magari ammirare i fumetti di Diabolik realizzati da Milo Manara? Qui sotto c'è un Manara ancora giovane, ma già con le idee chiare a giudicare dal lato B di Eva Braun... volevo dire il filosofo, Kant.



Abbiamo anche un Manara più maturo nello stile, ma deludente nella scelta castigata. Però, finalmente una signora Kant con lo sguardo seducente! Verrebbe anche da pensare che sotto il vestito sia smutandata.


Potrebbe succedere che Manara disegni davvero Diabolik, magari in un numero speciale, dato che è amico di Mario Gomboli (l'attuale editore del re del delitto) sin da quando lavoravano insieme su Genius, alla fine degli anni sessanta. Un personaggio che, tra l'altro, era un clone mascherato di Diabolik. Come si può vedere sotto, e ancora meglio nel post http://sauropennacchioli.blogspot.it/2015/11/manara-si-e-rovinato-da-solo.html

Nei primissimi anni sessanta, Angela Giussani, dopo avere aiutato per anni il marito Gino Sansoni nella conduzione della sua casa editrice, decide di mettersi in proprio fondando l'Astorina. Con lei collabora la sorella Luciana.


Dopo alcuni tentativi editoriali infelici, come l'albo con le strisce del pugile americano Big Ben Bolt di Eliot Caplin (fratello di Al Capp) e John Cullen Murphy, ad Angela viene una certa idea mentre viaggia sulle Ferrovie Nord. Le Ferrovie Nord hanno come centro Saronno, in provincia di Varese a circa 20 km di Milano: io abito ai confini di questa città da quando avevo un anno e mezzo.

Durante la Seconda guerra mondiale le Nord hanno fornito un'ampia aneddotica. Rossana Rossanda, l'intellettuale cofondatrice del quotidiano "Il Manifesto", fu fatta scendere dal treno dai soldati tedeschi poco prima della stazione di Saronno. All'ultimo momento fece in tempo a nascondere sotto il sedile un pacco di volantini di propaganda antifascista, e anche se qualche passeggero la vide, non parlò. Silvio Berlusconi, di Saronno come il padre anche se nato casualmente in un ospedale di Milano, racconta che sua madre, mentre era in viaggio sul treno, aveva impedito ai tedeschi di portare via una ragazza ebrea. Federico Pedrocchi, curatore di Topolino e grandissimo sceneggiatore (da "Saturno contro al Terra" a "Virus"), è stato ucciso dalla mitragliatrice di un aereo inglese che sorvolava le Nord. Quest'ultima è un'ipotesi mia, perc so solo che è stato colpito su un treno in provincia di Varese: potrebbe essere successo sulle Ferrovie dello Stato (le Nord erano private).


Angela Giussani aveva dei parenti a Saronno, lo so perché lo aveva detto a mio fratello Gabriele quando disegnava Diabolik. In uno di viaggi in treno per andarli a trovare, aveva notato alcune persone leggere romanzi polizieschi. Da qui le venne l'idea di lanciare un tascabile di fumetti gialli. Quello che non quadra è che lei raccontava di avere visto leggere Fantomas. I romanzi di Fantomas, che io ricordi, hanno circa 400 pagine: troppe per ispirare un tascabile smilzo. La risposta l'ho avuta indirettamente da Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog. Sclavi ha donato molti dei suoi libri alla biblioteca di Venegono Superiore, raggiungibile, peraltro, con le Ferrovie Nord. Tra questi volumi, riconoscibili per l'ex libris stampato con il suo nome, ho visto alcuni romanzi di Fantomas pubblicati dalla Mondadori all'inizio degli anni sessanta: sono edizioni condensate di circa 150 pagine. Ecco, la Giussani deve avere visto uno di quei libri sul treno... Invece non è possibile neppure questo, perché la serie della Mondadori inizia nel 1963, mentre Diabolik è del 1962. Quindi Angela Giussani si è confusa: si sarà ispirata a Fantomas per averlo letto anni prima, mentre sulle Nord aveva visto i Giallo Mondadori. Quando vedrà il Fantomas con le suggestive copertine di Karel Thole il suo personaggio era già uscito da un anno. Tra l'altro, la casa editrice Astorina ha sempre avuto i propri uffici non lontano dalla stazione milanese delle Ferrevie Nord, da dove ogni giorno defluiscono i pendolari dalle province di Varese, Como e Novara. Tra i quali, dai tempi delle scuole superiori, c'è il sottoscritto.


Il disegnatore del primo numero di Diabolik non si sa chi sia, anche se gli è stato affibbiato il nome di Zarcone. Nelle enciclopedie dovrebbe esserci scritto "Diabolik creato da Angela Giussani e Zarcone (?)", omettendo Luciana Giussani che non ha scritto né disegnato l'albo, anche se assisteva la sorella in redazione. Invece, tutti i testi ripetono pappagallescamente la fuorviante scritta che c'è all'inizio dell'albo.  


Anche il disegnatore della copertina del primo romanzo di Fantomas, uscito nel lontano 1911, è sconosciuto. Aveva lasciato una illustrazione nella redazione della casa editrice Fayard senza dire il proprio nome e non è più tornato per farsela pagare quando, con l'aggiunta di un coltello insanguinato e di una mascherina, era stata usata come copertina del primo romanzo del personaggio scritto da Pierre Souvestre e Marcel Allain. Io ho una teoria: entrambi i disegnatori sono lo stesso individuo... il Demonio! Ahw! Ahw!


A seguito del suo grande successo, nel 1968 Diabolik ha avuto una versione cinematografica. Fiacco ma non orribile, il film era stato prodotto da Dino De Laurentiis con la regia di Mario Bava. Questa è la locandina per il mercato di lingua inglese.
Non molti sanno che il nome di Diabolik è ispirato a un criminale vero. Si chiamava Diabolich, con la ci e l’acca al posto della kappa. Il quale, a sua volta, si era ispirato a un Diabolic letterario, con la ci e basta. Una storia interessante che voglio raccontare nei particolari andando a ritroso nel tempo.

Mario Giliberti è un giovane di 27 anni che viene da Lucera, in provincia di Foggia. Come tanti meridionali è emigrato per fare l’operaio alla Fiat di Torino. Vive nel retrobottega del negozio dello zio calzolaio, ormai chiuso da tempo. La sera del 15 febbraio 1958, il giorno dopo San Valentino, la festa degli innamorati, Mario riceve un ospite nel suo piccolo appartamento. Sembra conoscerlo bene, perché rimane in pigiama e gli offre un caffè. Le tazzine sporche restano sul tavolo. C’è una tale confidenza che Mario si sdraia a letto. Si potrebbe pensare, quindi, che sia un incontro intimo. La luce viene spenta, e pure questo particolare lascia pensare. Invece sarà un incontro di tutt’altro genere, perché lo sconosciuto afferra un trincetto da calzolaio, ossia una lama affilata di una diecina di centimetri, che trova sul posto. L'ospite inizia a colpire Mario a scatti irrefrenabili una, due, tre, diciotto volte. La vittima cerca di divincolarsi, ma ben presto si accascia. Lo sconosciuto accende la luce, senza accorgersi di lasciare le proprie impronte insanguinate sull’interruttore, e osserva Mario che non è ancora morto: la sua agonia per dissanguamento durerà diverse ore. Abbiamo definito “sconosciuto” l’aggressore perché, secondo le successive ipotesi degli inquirenti, si tratterebbe di un uomo: se fosse stata una donna, dopo la prima coltellata la vittima avrebbe forse potuto sopraffarla. A questo punto l’assassino comincia a esplorare la stanza. Più che al denaro, sembra interessato a oggetti senza apparente valore. Per esempio, prende un taccuino e, prima di intascarlo, strappa un foglio per scriverci: “Riuscirete a trovare l’assino?”. Anche se nell’agitazione sbaglia a scrivere l’ultima parola, la sfida lanciata agli inquirenti è qualcosa di inedito per un delinquente. In strada è ancora buio, lo sconosciuto se ne va lasciandosi alle spalle il numero civico 20 di via Fontanesi.

La mattina del 25 febbraio vengono imbucate due lettere identiche all’indirizzo del commissariato di polizia e del quotidiano cittadino, "La Stampa". Sono sicuramente missive scritte dall’assassino perché, dopo dieci giorni, nessuno ha ancora scoperto il cadavere di Mario Giliberti. Solo quel pomeriggio, infatti, alcuni parenti, preoccupati perché il giovane non si fa più vedere al lavoro, telefonano al custode dell’edificio in via Fontanesi chiedendogli di entrare in casa sua per controllare. Il piccolo appartamento appare abbastanza in ordine, l’assassino ha anche cercato di ripulire il pavimento. Quando il custode trova il cadavere insanguinato di Mario, con il corpo coperto da un cappotto e il volto da un lenzuolo, viene colto da malore. I criminologi sostengono che i cadaveri vengono ricoperti dopo il delitto solo dalle assassine, quasi mai dagli uomini. Ma andiamo avanti. Le lettere anonime arrivano a destinazione solo alcune ore dopo la macabra scoperta. Nella parte iniziale presentano un gioco enigmistico, nel quale si indica il luogo del delitto attraverso un telestico, cioè un componimento in rima dove le ultime lettere formano una frase. Poi, nella parte finale, viene motivato l’omicidio di Giliberti: “Un tempo eravamo molto amici e portavamo la divisa in comune, poi lui mi tradì come un cane. Adesso stava bene e la mia vendetta l’ha raggiunto. Spero che scopriate il cadavere prima che diventi marcio”. Firmato: “Diabolich”. Un delitto clamoroso per il modo in cui è stato rivendicato, tanto che ne parlano diffusamente anche i giornali di New York e di Parigi solitamente poco o nulla interessanti alla cronaca nera italiana: “Diabolic assassin fantôme”; assassino fantasma, lo definisce nel titolo "France Soir". Gli inquirenti nel portafoglio di Mario Giliberti hanno trovato una foto con dedica, “in ricordo ai tempi felici”, che la ritrae insieme a un commilitone durante il servizio militare. Che sia lui l’assassino? Il giovane della foto aveva forse con Giliberti una relazione omosessuale, o una “relazione particolare”, come si dice negli anni cinquanta? Nella stessa foto compaiono anche due ragazze: quindi, in realtà, sembrerebbero due coppiette assolutamente “normali”. Del resto, Giliberti aveva una fidanzata a Lodi, mentre a Torino frequentava diverse donne. Tra le quali una bionda trentenne, prosperosa e ben piantata, vista più volte entrare in casa sua, ma destinata a rimanere ignota. Una barista di via Fontanesi viene interrogata più volte dalla polizia, senza essere ufficialmente indagata. Fatto piuttosto strano, Giliberti aveva in banca molti più soldi di quanto ci si potrebbe aspettare da un modesto operaio. Forse praticava l’usura e qualche cliente aveva deciso di farlo fuori per non saldare i debiti? Sì, è così, e un debitore racconta che, un volta, Giliberti lo aveva accolto in pigiama. Non potendo restituirgli i soldi subito, lui gli aveva fatto capire che avrebbe potuto concedere una dilazione in cambio dei favori della sua giovane figlia. Probabilmente tutti i conti dei traffici di Giliberti erano scritti nel taccuino portato via da Diabolich. Anche se definirlo uno strozzino sembra eccessivo, dato che alla fine risulta facesse solo piccoli prestiti a tassi d’interesse non proprio esosi. Comunque, gli inquirenti pensano che si tratti di un omicidio causato da gelosia tra omosessuali.

Aldo Cugini, il giovane della foto, viene individuato. Si tratta di un bergamasco di buona famiglia, rispettato da tutti quelli che lo conoscono. Ciò non basta per impedire che venga imprigionato. Gli inquirenti apprendono che, sotto le armi, Mario e Aldo erano spesso in compagnia di un terzo commilitone: venivano chiamati “le tre monachelle”, forse in riferimento alle loro supposte tendenze omosessuali. Questo terzo personaggio, però, non verrà mai identificato. Mario Giliberti era veramente omosessuale, o bisessuale, dato che frequentava diverse donne? Interrogato, Cugini racconta che l’ultima volta l’aveva visto il 2 novembre 1957, quando andò a trovarlo pernottando a casa sua. Durante la notte, dice sempre l’indiziato, gli sentì proferire «una proposta che mi fece inorridire». Solo allora Cugini afferma di avere conosciuto le inclinazioni del vecchio commilitone. Alcune nuove lettere di Diabolich, contenenti enigmi incomprensibili, arrivano anche quando Cugini è già in cella (vi rimarrà quattro mesi e mezzo). Gli inquirenti ritengono che il giovane bergamasco abbia ucciso Giliberti perché lo ricattava, minacciando di rivelare la sua omosessualità ora che stava per sposarsi e mettere su famiglia. Quanto alle lettere di Diabolich, i grafologi sono divisi. Per alcuni le ha scritte sicuramente Cugini, per altri no malgrado le somiglianze. In comune, Diabolich e Aldo Cugini hanno alcuni errori grammaticali. Per esempio, scrivono “l’uogo” con l'apostrofo invece di "luogo", ed entrambi a volte mettono le “a” in stampatello maiuscolo tra le parole in corsivo. Rimane da spiegare come Cugini possa avere inviato le ultime lettere quando era già in carcere. Servendosi di un complice, afferma il pubblico ministero. Inoltre non si può essere sicuri di niente: se la prima lettera era stata sicuramente scritta dall’assassino, perché spedita poche ore prima della scoperta del cadavere, in seguito, diversi mitomani hanno copiato la calligrafia di Diabolich per inondare i giornali di lettere apocrife. Benché il bergamasco giuri di non essere andato a Torino negli ultimi tre mesi, un testimone sostiene di averlo visto nel capoluogo piemontese proprio nel giorno del delitto. Un altro assicura che quella sera la sua auto era parcheggiata in via Fontanesi. Sembrano prove stringenti, ma a un attento esame ognuna presenta qualche falla. Al processo, l’imputato verrà assolto per insufficienza di prove e in appello con formula piena. Tornerà alla sua vita di tutti i giorni, cercando di lasciarsi alle spalle quella brutta esperienza. Morirà nel 1998, quando tutti si saranno dimenticati di lui.

Tornando a quando Aldo Cugini sta ancora aspettando di essere processato, nella città di Torino dilaga la paura. La gente, non credendo nella colpevolezza del bergamasco, teme che l’inafferrabile Diabolich possa colpire di nuovo. Di sera, si chiudono in casa e non fanno entrare nessuno. Un sospiro di sollievo arriva quando "La Stampa" pubblica l’ultima lettera di Diabolich, o di uno dei tanti mitomani che imitano la sua calligrafia: “Il mio delitto non è un gioco da ripetersi”.

L’unica cosa sicura in questa faccenda è che l'assassino ha letto un libro giallo uscito l’anno prima con il titolo “Uccidevano di notte”, scritto da Italo Fasan con lo pseudonimo di Bill Skyline. Nel romanzo, un serial killer firma i propri delitti con il nome Diabolic, senza acca. Anche questo personaggio di finzione invia lettere di sfida ai giornali e agli inquirenti: si trattava di un attore fallito e malato, che ha deciso di trascorrere pericolosamente i suoi ultimi mesi di vita. Negli anni settanta, Italo Fasan scriverà la serie a fumetti "Biondo e Rampino", disegnata da Ruggero Giovannini, per i primi numeri di Lanciostory.

Quando le sorelle Giussani realizzano Diabolik, nel lancio pubblicitario puntano tutto su quel nome che, quattro anni dopo il delitto, è ancora nella testa della gente: Diabolic, Diabolich, Diabolik o come diavolo si chiamava. Dalla letteratura alla realtà fino al fumetto, e il giro sembra completo.

Cinquantacinque dopo il delitto, il 20 gennaio 2013, il caso viene riaperto: l’omicidio è l’unico reato che non cade mai in prescrizione. I laboratori dell’Unità anticrimine della polizia di Roma iniziano ad analizzare la foto della ditata di sangue sull’interruttore, nella quale, con le limitate tecnologie dell’epoca, non si era stati in grado di leggere l’impronta digitale. L’attento esame viene effettuato con sofisticati scanner di ultima generazione. Una volta definita l’impronta digitale, il computer centrale della polizia p confrontarla con quelle prelevate in questura a tutte le persone che hanno commesso reati. Se Diabolich è mai stato condannato il computer dovrebbe scoprirlo e dargli finalmente un nome, che sia ancora in vita o meno. Ma dopo tre anni, non sono state annunciate novità.


Chiudiamo con qualche facezia. Per esempio, mostrando alcune tavole tratte dal n. 21 di Satanik, "La luce che uccide", dove Bunker e Magnus prendono pesantemente in giro le sorelle Giussani.



Lo sceneggiatore Max Bunker/Luciano Secchi (oggi noto per Alan Ford), immagina le sorelle Giussani ossessionate dai plagi di Diabolik, come giutamente erano veramente. Le due avevano mandato diffide anche allo stesso Secchi, accusandolo di avere imitato Diabolik con il suo Kriminal. Angela, l'unica sposata, appare afflitta dai tradimenti del marito Gino Sansoni, forse reali perché i due si separeranno. Cionostante Angela salderà i debiti di Sansoni con stampatori e distributori, quando la sua casa editrice si avvicinerà al fallimento. Il marito aveva lanciato tante testate, nessuna di successo, mentre lei praticamente una sola, Diabolik, ma con un risultato straordinario.


Dopo l'uccisione del marito di Angela da parte di Satanik, le sorelle Giussani sono assetate di vendetta.



La cagna, cioè la tecnostrega Satanik, sta facendo un bagno di bellezza con il laser.






Le sorelle assistono alla trasformazione di Satanik da mostro a superfiga, e rimangono incenerite nel tentativo di imitarla (essendo, almeno in questa parodia, due cessi). Gli antefatti dello scontro con Satanik li potete trovare nel post dove racconto anche il mio incontro con le sorelle Giussani: http://sauropennacchioli.blogspot.it/2016/01/quella-stronza-di-satanik.html


Le Giussani non se la presero troppo per la parodia malevola e pochi anni dopo divennero addirittura quasi amiche di Bunker/Secchi, permettendogli di pubblicare Diabolik in una serie di volumi della Editoriale Corno.

Concessero anche una intervista al suo braccio destro Maria Grazia Perini, pubblicata da "Eureka" n. 154 del 1976. Nell'intervista si dice esplicitamente che Diabolik è stato ideato la sola Angela, e che Luciana ha cominciato a collaborare ai testi solo dal n. 14. Entrambe, infine, esprimono delle opinioni su Secchi senza accennare alla sua parodia.



Da tempo desideravo farvi conoscere Larry Camarda, un interessante illustratore sanremese specializzato nella manipolazione delle copertine dei fumetti e delle immagini di altri media. La sua ricca pagina di Facebook vale sicuramente un'attento esame da parte di tutti gli appassionati: https://www.facebook.com/profile.php?id=100001930083495&fref=ts

Il pretesto per presentarvelo l'ho trovato grazie a queste illustrazioni diabolike. Chi scopre il riferimento di Diabolik dell'ultima immagine, e la comunica nella sezione dei commenti, vincerà un enorme, colossale, titanico non-premio. Che non vi verrà consegnato quanto prima.
Il riferimento è doppio: "La signora in rosso" è un film di Gene Wilder del 1984, che cita "Quando la moglie è in vacanza" di Billy Wilder del 1956, dove Marilyn Monroe si raffredda la passera bollente con la folata di vento prodotta dal metrò sotto la grata.



Nella commedia teatrale originale alla fine lei gliela dà, invece nel film, a causa della censura del periodo, niente adulterio.

Va be', 'sto film è ovvio.


"Kill Bill" non l'ho visto perché il regista Quentin Tarantino è troppo violento per i miei gusti (durante "Pulp Fiction" ho tenuto gli occhi chiusi).
In questo il titolo è addirittura scritto!


L'idea mi sembra perfetta per una storia di Diabolik, il re dei magnaccia: Eva si prostituisce con Ginko per ciulargli qualche segreto.


Il vampirone è di origine americana e non è mai stato pubblicato in Italia, proviene dalla rivista Marvel "Dracula Lives!" n. 8 del 1974.



Mentre l'immagine di Diabolik è quella della copertina di "Eureka" n. 4 (154) del 1976, lo stesso numero dove è stata pubblicata l'intervista della Perini alle Giussani. 


Basta andare nel post precedente, per scoprire il riferimento iconico di questa copertina... ma io vi do anche l'edizione americana.



Sono la rivista Marvel "Vampire tales" n. 3 del 1974, con Morbius in copertina, e il "Corriere della Paura" n. 5 dello stesso anno. Strano come la prima presenti toni freddi e la seconda caldi.
Pure di questa copertina c'è l'edizione americana e quella italiana.



"Detective Comics" n. 457 del 1976 e "Batman" n. 7 pubblicato dalla Cenisio nello stesso anno.

Negli anni sessanta, come abbiamo detto a proposito della parodia delle sorelle Giussani, Diabolik ispira Bunker e Magnus nella creazione Kriminal (vedi il post http://sauropennacchioli.blogspot.it/2016/01/ammazzale-tutte-kriminal.html). L'illustrazione di Camarda è una sovrapposizione di due copertine: quella di "Kriminal" n. 119 del 1967 la offro io, quella di "Diabolik" la cercate voi.



Sono passati dei giorni e non è arrivata alcuna risposta... vedo che abbiamo tutti l'occhio di lince! La faccia di Diabolik è presa dall'illustrazione rossa che ho messo in questo post dopo le tavole di Satanik. Era stata realizzata nel 2011 per il cinquantesimo anniversario della Jaguar E-Type. In pratica siamo finiti nella "Lettera rubata", il racconto di Edgar Allan Poe con il detective Auguste Dupin, dove nessuno trova un importante documento perché invece di essere stato nascosto era in bella evidenza. 

Riguardo a mio fratello Gabriele, che negli anni ottanta ha disegnato Diabolik, potrete trovare tutto su di lui nel post http://sauropennacchioli.blogspot.it/2015/12/dylan-dog-censurato-e-i-dreamworks-di.html. Più sotto vediamo la copertina e la controcopertina di un Diabolik di mio frate. In seguito Gabriele è passato a disegnare Dylan Dog, un paio di episodi del quale non sono mai stati pubblicati perché contenevano storie considerate troppo trasgressive, e infine è diventato capo animatore alla Dreamworks di Los Angeles.



E se proprio volete sapere come secondo me andrebbero realizzate le storie di Diabolik, ve lo dico gratis in questo post: http://sauropennacchioli.blogspot.it/2016/01/fumettocrazia.html.

Detto questo, levo finalmente le tende invitando tutti a cliccare sulle piccole icone dei vostri social media preferiti, per fare conoscere questo interessante post su Diabolik ai proverbiali cani & porci! 

POST SCRIPTUM 

Va bene, per l'ultimissima volta, preferite la classica Eva sofisticata e un po' frigida...


... o l'Eva procace?

Ve la ingrandisco, così potete esaminarla con la necessaria attenzione.